Operai
Cari amici, riprendo un vecchio pezzo che scrissi una decina d’anni fa per Emergenzeweb perché lo trovo attuale. Lo integro con qualche aggiunta qua e là, giusto per stare dietro all’attualità. Ho avuto la fortuna di fare molte esperienze lavorative, e per diversi anni ho fatto l’operaio, rigorosamente pagato in nero ed esposto, talvolta, a qualche rischio. Sono sempre stato interessato ai temi del lavoro e ho avuto l’opportunità di occuparmene per molti anni. Ho imparato molto dagli operai, ho condiviso con loro il cantiere, ho cercato di aiutarli, quando ho potuto, a orientarsi nelle questioni di lavoro e in quelle amministrative.
Oggi sono figure costrette a lottare1 per difendere il posto di lavoro, insidiate da lustri da vagheggiamenti di delocalizzazione, falcidiate dalla stagnazione dei salari e dagli infortuni mortali sul lavoro.
Alla massa dei lavoratori poveri si sono aggiunti i lavorettisti, i precari cronici, quelli che faticano nel terziario, esclusi persino dalla memoria delle lotte dei contadini e degli operai delle grandi fabbriche, che hanno scritto importanti pagine di storia. Storie che raccontano vittorie effimere, sconfitte cocenti e marginalizzazione, in un Paese che ha riposto le sue speranze nella ricerca della mobilità sociale, piuttosto che nel miglioramento della propria condizione, per tutti quelli che la condividono.
Ecco.
C’erano due ciminiere, a Piombino, che ricordavano le Torri Gemelle del World Trade Center di New York. Stavano lì nonostante l’acciaieria avesse da tempo chiuso i battenti, disperdendo l’enorme patrimonio umano dei lavoratori che per decenni hanno sacrificato la salute a una fatica massacrante.
C’erano le ciminiere, insomma, ma non i lavoratori. E veniva da pensare: che fine hanno fatto gli operai? Dove si sono nascosti, incalzati dal mondo patinato della pubblicità e lontani anni luce da ogni modello attuale d’inclusione sociale?
Eppure gli scaffali dei centri commerciali sono zeppi di merci, che siano low cost oppure di gran lusso. Chi le produce? Dove sono le fabbriche? Che fine ha fatto la Classe Operaia? Forse si è persa mentre cercava il Paradiso2. Oppure ha dovuto abbandonare ogni illusione, tradita dall’ideologia e impossibilitata a portare avanti la contrapposizione con i Padroni che teneva banco negli anni ruggenti della Lotta di Classe.
La formula che riassumeva in un lampo l’esistenza di molti, una volta, era Produci-Consuma-Crepa. Forse la si potrebbe aggiornare in uno Sparisci-Consuma-Crepa più al passo con i tempi. Alla forza della massa di lavoratori che cercava di prendere coscienza della propria condizione e di lottare per cambiarla si è sostituita la debolezza diffusa di un corpo sociale frammentato e impaurito, bersagliato dalla crisi, che paga il prezzo più alto in termini di peggioramento della qualità della vita.
Milioni di persone che potremmo figurarci accalcate fuori da un ristorante di lusso, mentre premono il naso sulla vetrina che mostra loro come vivono i privilegiati della società della ricchezza polarizzata, che aumenta aumenta aumenta in mano a pochi e a scapito di molti molti molti senza alcuna speranza e con la sola consolazione dell’acquisto low cost, compulsivo nei limiti angusti delle tasche esauste.
Una moltitudine da sfruttare per permettere gli eccessi di un’élite.
Mi capita di pensare alle facce stanche che vedevamo sugli autobus, la sera, tornando dal lavoro, alle mani grandi dei manovali, alle economie di famiglia basate sulla fatica quotidiana senza fine.
Facce che oggi sembrano impaurite, talvolta ostili nei confronti di chi ha attraversato il mare per ritagliarsi una speranza. Facce che potrebbero, se ne avessero la forza, spiegare cos’è la disillusione. Me le immagino, però, col sorriso: vorrei vederle sperare di nuovo in un futuro da costruire con le proprie mani.
Sognando di abbattere quei Recinti invisibili che diventano feroci, nelle periferie, sui confini del mondo3. Perché l’utopia è necessaria.
O essere utopisti o sparire4, diceva il Poeta. Bisogna ricordarsene.
Recinti invisibili che diventano feroci, nelle periferie, sui confini del mondo. Recinti come filosofia. Come l’arena mediatica, come le zone rosse inaccessibili, come i profili delle proprie conoscenze, come la memoria che non può essere cenere da custodire, ma fuoco da proteggere. Da qui: https://www.emergenzeweb.it/gioia-e-rivoluzione-lettera-damore/
Pier Paolo Pasolini https://www.emergenzeweb.it/6299/

